Ho votato una
mooo000oooOOOolto generosa sufficienza, ma prevelamtemente perché si tratta di un ospite dampyresco alle prime armi su Dylan Dog, e forse si può chiudere qualche occhio per empatia... ma di fatto l'albo non è nulla di che.
Trascurabile è già troppo come definizione, anche se un'oretta di intrattenimento medio-decente la fornisce... ma a livello di scrittura molte cose lasciano a desiderare, e fanno capire che certe guest star
O scrivono storie completamente fuori di testa/sperimentali sul CF,
O se proprio devono calarsi nel format classico (come questa) è meglio che dimostrino di aver qualcosa in più da dire della media di un Marzano asfitticamente qualsiasi...
S
p
o
i
l
e
R
Copertina già vista come concept, e resa meglio nei precedenti.
Disegni che sembrano in un certo senso mortificati dal colore: basti vedere il tratteggio della prima vignetta, tra cielo e muratura, per capire quanto il b/n potenzia il tratto pulp di uno come
Rosenzweig. La cosa migliore sono le sequenze nell'altro piano di realtà, dove risiede la famiglia di Predator-cthulhuiani (pp. 42-44, 70-75, etc). Carini tutti i ninnoli geek ed i vari gadget da collezionismo (fumetti inclusi) che si vedono sparpagliati in dozzine di vignette, con uno speciale like per il thermos con
Lamù
Le scene più concitate sono rese abbastanza bene, come l'espressività di alcuni personaggi... anche se quelli femminili hanno dei lineamenti troppo burattineschi e squadrati, mentre Dylan sembra uno strano incrocio mingherlesco tra Edoardo Bennato e Francesco Panella (quello di
Little Big Italy, per inciso)
[...]
Sulla storia in sé posso dire che in linea di massima scorre, ma non affascina per nulla.
L'idea fanta-psicologica di base non sarebbe male, ma l'autore preferisce più concentrarsi sui dialoghi pseudo-brillanti che nel creare atmosfera, tensione... l'incubo in pratica, deviato verso un episodio di
Starsky & Hutch con di mezzo un Predator paramedico chtulhuiano che c'haffammiggghia pure lui, e deve salvarla in qualche modo neuro-biochimico. Ad ogni modo, alcuni scambi sono divertenti - come quello sui semafori - ma altri troppo improntati ad un realismo pseudo-domestico che disperde la sceneggiatura in noiosi ricami di troppo, nella retorica familiare da manfrina... come abbastanza retoricamente è affrontato il macro-tema della depressione in generale, con l'alieno che tenta pure d'imbastire qualche sparata ramanzinante agli umani, e Dylan gli risponde per le rime (sputate) sul presunto senso di "atroce ingiustizia". Buah...

.
Lo schemino è molto classicheggiante, ma manca l'appeal per trovare qualche spunto sulle righe nello sviluppo delle vicende: alla quarta (potenziale) vittima del mostro del mese, Dylan & co sopraggiungono pro-tempore... e tutto si conclude. Inoltre a
non convincere sono proprio queste fasi action per come rappresentate. Non mi sembra tanto regolare (p.59) che alla vista del mostrazzo di un'altra dimensione la prima cosa che faccia Dylan sia quella di scagliarsi addosso per uno scontro à la Bud Spencer (amarcord per i tornei di lotta grecoromana con la stessa Sarah ai tempi dell'accademia di polizia?

)... mentre la stessa Sarah d'istinto prenda il telefono per chiamare l'odiato marito che chissàdoveminkiaera in quel momento... invece di aggredire lei il mostrazzo, con quel fisicazzo che si ritrova, e la figlia in pericolo...
Senza contare che appena una pagina dopo ancora Sarah intima alla figlia di chiamare la pula, come se il marito da poco sentito lavorasse per la nettezza urbana...
Non mi sono piaciuti gli eloqui meta-filosofeggianti di Dylan su in cosa consista "lo spazio bianco", il modo in cui ne esce aggratise da quella dimensione con sin troppa facilità se non faciloneria a p.75... né la bandiera bianca del Predator davanti alla resilienza del Nostro, che viene premiato (

) per ammirazione dopo l'ennesima scazzottata con una bella dormita rinvigorente sul letto (p.89) sentendosi echeggiare dal mostrazzo che avrebbe "sbagliato" città (

) ma tanto si potrà rifare altrove in qualche multiverso trasversale.
Davvero, un conclusione che più che uno spazio bianco, meriterebbe una blank page per esser cancellata da qualsiasi forma di permanenza, scritta o mnemonica, perché mi deprime anche solo il pensiero di averci speso pure due righe sopra.
