Su Opera copio e incollo un mio commento su altro forum di qualche tempo fa.
A livello di virtuosismi registici qui Argento è al suo top. Lo mette subito in chiaro dall'incipit con il primo piano sull'occhio del corvo e la soggettiva a ritroso della Cecova. I movimenti della macchina da presa sono sempre eleganti, ma il Darione ci sorprende con angolazioni particolari e ci esalta con inquadrature insolite, che ondeggiano o "assecondano" il battito cardiaco, o sperimentali come nella spettacolare ripresa del teatro dall'alto dal punto di vista del corvo vendicatore (omaggio alla scena del lampadario de Il fantasma dell'Opera del 1925). La soggettiva qui Argento ce la propone davvero in tutti i modi e situazioni possibili. La sceneggiatura viene però totalmente sacrificata sull'altare della regia. Se questo poteva funzionare in un film come Inferno dove il Male era Caos e Anarchia o si poteva perdonare in Phenomena (che comunque mantiene una propria continuità narrativa, per quanto disomogenea) che di fatto è una fiaba nera, un viaggio nell'incubo (ricordiamo il sonnambulismo di Jennifer), in Opera, che è fondamentalmente un giallo-thriller molto violento, crea diversi problemi di credibilità. Che poi anche su questi si potrebbe sorvolare, se non fosse per l'assurdo finale e per il famigerato escamotage del manichino (che fa cascare le braccia, per non dire d'altro). Come in altre pellicole argentiane c'è una forte componente autobiografica nello script, a partire dal concepimento stesso (la rappresentazione teatrale in salsa orrorifica del Rigoletto voluta da Argento al Teatro di Macerata, cassata dai produttori) e con l'identificazione nel personaggio del regista Mark, che non le manda a dire a nessuno (produttori, giornalisti, poliziotti, amanti) respingendo le accuse di misoginia, sadismo, ecc.. e ci tiene a precisare che realtà e finzione sono due cose ben diverse. Nel finale si vede pure intento a riprendere una mosca al guinzaglio, particolare che insieme all'ambientazione elvetica riallaccia Opera a Phenomena. Nel saggio di Vivien Villani dedicato alle opere di Argento che ho letto tempo fa, il critico francese invita a rivalutare la parte conclusiva come un inno alla vita da parte di Argento che veniva da un periodo difficile (morte del padre, ma io aggiungo anche arresto per detenzione di droghe e "separazione" con la Nicolodi); in questo senso l'appellativo di maestro dell'Horror è riduttivo per Argento che va considerato un grande Autore tout court. Io la penso allo stesso modo, ma per ragioni diverse. Non è per il finale di questo film, ma per la perizia a livello registico (in Opera ai massimi livelli), per la potenza visiva dei suoi lavori (qui il direttore della fotografia è il premio oscar Ronnie Taylor), per la capacità che pochi hanno di coniugare sapientemente immagini e colonna sonora che Dario Argento deve essere considerato un maestro del cinema tutto, indipendentemente dal genere che ha sentito più affine alla sua sensibilità di autore. Mi stupisce che molti critici, in gran parte nostrani, non l'abbiano capito e certo negli ultimi 25 anni di carriera del nostro hanno anche trovato terreno fertile.
Tornando al film, qui la componente voyeuristica argentiana raggiunge i massimi livelli, con l'idea geniale (anche se non originale ovviamente perchè già ci aveva pensato Kubrick ma con intenzioni diverse) degli aghi negli occhi, nell'impossibilità di distogliere lo sguardo che appaga anche il desiderio sadico-morboso dell'assassino, ma coinvolgendo lo spettatore nel gioco.
I classici elementi argentiani ci sono tutti: i guanti di pelle, il rituale che l'assassino ha bisogno di inscenare per scatenare la sua follia omicida, i drappi rossi, i flashback che rivelano il trauma scatenante dell'assassino (trauma che stavolta è anche "condiviso" con la protagonista), gli omicidi particolarmente cruenti (il migliore però non vede l'uso di armi bianche, ma è quello della Nicolodi nella splendida scena dello spioncino). A proposito di quest'ultima scena, Dario gioca un po' sporco con lo spettatore perché il volto che si intravede dallo spioncino è sbarbato, come quello del vero Daniele Soave-Michele Soavi (non ditemi che era posticcia pure la barba di Santini!

). Ah, sempre in tema di omicidi, a differenza di Phenomena, considerato il contesto "lirico", non trovo azzeccato l'accompagnamento musicale a suon di rock. E non mi piace neppure la voce fuori campo di Dario, del tutto pleonastica.
Opera mi è sempre piaciuto e anche quest'ultima revisione non ha cambiato il mio giudizio. C'è solo da rimpiangere quel finale, perché altrimenti staremmo davvero parlando di un capolavoro.
Un'ultima considerazione. La trama presenta evidenti riferimenti al Fantasma dell'Opera, d'altronde Dario era grande appassionato del romanzo di Leroux e della trasposizione cinematografica di Lubin del 1943. Non si poteva far bastare Opera, senza voler per forza girarne anche lui una trasposizione??