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Una delle tante meraviglie dei forum è che uno spunto, un'idea, un presupposto discorsivo non è mai perso. Colgo allora la riflessione del buon Barone, per rilanciare questa discussione niente affatto peregrina. Da lettore Marvel/DC ritengo che la continuity abbia un suo innegabile peso nel fidelizzare il lettore a un ecosistema di storie condivise a livello tematico e finanche editoriale. Per Bonelli sarebbe però un modello improponibile non fosse altro perchè dubito seriamente che dispongano di un registro nel quale collocare ogni aspetto e movimento dei singoli personaggi che entrano ed escono da ogni singola pubblicazione.
Sarebbe forse stato possibile ai tempi dei grandi sceneggiatori-curatori che disponevano del controllo totale sulle storie: Nolitta con Zagor/Mister No, Castelli con Martin Mystère, Medda-Serra-Vigna con Nathan Never, Boselli e Colombo per Dampyr, Manfredi per Magico Vento ma gli esempi sono molteplici e li conosciamo tutti. Serie che effettivamente dispongono di una forte continuità associata alle loro gestioni, fatte di molteplici richiami a storie passate in didascalie o dialoghi. Dylan Dog ha rappresentato un'eccezione in quanto Sclavi è sempre sembrato restio a citare le storie passate, benché i rimandi non siano mai mancati nelle sue storie e le prime 6-7 dozzine di storie sono piene di didascalie che riportano al precedente numero x. Forse un atto di lungimiranza, considerata l'insostenibilità dell'eredità distribuita su diversi sceneggiatori. Tant'è che, tolta la storyline dei numeri celebrativi, sono i singoli autori ad avere sviluppato una propria continuity andando a ripescare o duettare con le loro storie passate, talvolta creando vere e proprie minisaghe a se stanti: Mericone/Poretto con la saga di Cora (riletta su suggerimento del mio amico Jenkins71 e decisamente apprezzata), Bilotta con Il pianeta dei morti, Recchioni con i suoi archi narrativi. E proprio Recchioni è forse l'esempio di come la formula comics non possa funzionare se applicata a Dylan Dog, perchè risponde a tempistiche e organizzazioni interne su cui i curatori non dispongono di alcun potere.
Ad esempio per me è (era?) alienante vedere Dylan che respinge il cliente di turno, lo scetticismo è insito nella sua identità ma nelle storie di Sclavi era ben presente l'entusiasmo e la curiosità nel buttare il cuore verso l'imponderabile, nel volerci credere. Una caratteristica andata a disperdersi ad uso e consumo del fraintendimento dello sceneggiatore di turno. Baraldi e annessa crew mi sembrano il bislacco e maldestro tentativo di porre un'attenzione nei confronti dell'ordine per il quale Dylan Dog è ..Dylan Dog. Non necessariamente con accezione positiva, che di interpretazioni falsate mi è bastata quella di Burattini con la sua tremebonda gestione di Zagor.
Però piacerebbe anche a me una maggiore attenzione nei confronti della continuità narrativa, giusto per porre un indice di intuizione all'attenzione da paramecio che sembra regolare la realtà contemporanea.
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