Fabrizio Accatino: gli esordi, le difficoltà, il futuro.

Vi ricordate quel ragazzo torinese di grande talento (parole della Bonelli)?

Il nome Reuben vi dice nulla?

Siete mai stati a Babenco?

Beh, se nelle vostre menti putrefatte è calma piatta, correte al mercatino e recuperate il Maxi Dylan Dog n. 3 e l’Almanacco della Paura 2005.

Poi tornate qui…

Fatto?

Bene, troverete due delle storie migliori, a nostro modesto parere,  pubblicate negli ultimi dieci anni di vita dell’indagatore dell’incubo. Parliamo esattamente de La vita rubata e La strada per Babenco. Lo sceneggiatore è il medesimo, si tratta infatti di Fabrizio Accatino: si è occupato di radio, cinema, televisione e ha all’attivo per Dylan Dog le due storie citate, come sua unica comparsa nel mondo delle nuvole parlanti.

Ha un omonimo nato a Torino lo stesso giorno, mese e anno (e con il codice fiscale son cavoli a merenda!).

Inciampa in Via Buonarroti nel 1994, dopo aver inviato di propria iniziativa (che fegato, ragazzo…) una sceneggiatura completa.

Mauro Marcheselli è categorico: il soggetto non lo convince,  però lo stile di scrittura gli resta impresso e lo colpisce a tal punto che viene concesso al ragazzo di collaborare per l’indagatore dell’incubo, ovviamente previa lettura e approvazione dei soggetti.

Ecco a voi una curiosa chiacchierata con Fabrizio: si parla delle sue storie dylaniate passate, (chissà) presenti e (forse) future. L’articolo è piuttosto lungo. Tempo di lettura: 5 minuti circa.

Leggetelo tutto, ne varrà la pena!

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La vita rubata

Ho scritto la mia prima sceneggiatura per Dylan Dog nel 1993. All’epoca avevo 21 anni, ed ero uno degli autori più giovani nella storia della Bonelli. L’episodio si intitolava Sotto il letto ed era uno psicodramma horror. Raccontava delle paure e della cattiva coscienza di una serie di personaggi (tra cui Dylan): il rimosso di ognuno di loro prendeva vita sotto il letto, che diventava così una sorta di luogo dell’inconscio. Nonostante l’immaturità, ne ho un bel ricordo. La sceneggiatura venne regolarmente acquistata dall’editrice ma – caso unico nella storia della collana – mai disegnata.

In attesa della pubblicazione della mia prima storia (che non sarebbe mai arrivata), mi gettai a capofitto sulla seconda. Mi piaceva l’idea di trascinare Dylan nella polvere, visto che in molte storie era davvero troppo perfettino, troppo “fighetto”. Avevo appena letto Inferno di Strindberg e mi piaceva molto l’idea di precipitare Dylan in un incubo filosofico simile a quello vissuto dal protagonista del romanzo, a cavallo tra realtà e allucinazione, destinato a perdere tutto, a incominciare da se stesso. Pensai come antagonista a un cattivo amorale, senza interiorità, senza movente, un parassita di vite che si nutriva delle identità altrui, rubandole di volta in volta al malcapitato di turno, spingendolo presto o tardi al suicidio.

Il furto d’identità sarebbe avvenuto in un contesto realistico: non ho mai amato le storie con svolte narrative a sfondo soprannaturale, o magico. Mi sanno tanto di scappatoie, di stratagemmi per far funzionare soggetti che non si riesce a far quadrare altrimenti. Se in un horror tutto diventa possibile, se arriva uno spettro da un’altra dimensione che lancia una maledizione e il protagonista ha la meglio grazie a un antico incantesimo, come lettore ho la sensazione di essere stato preso per i fondelli. Se ci dev’essere un evento inspiegabile, preferisco che sia uno solo in tutta la storia, che non venga giustificato e che si manifesti in un contesto perfettamente realistico. La vita mi sembra talmente ricca di orrori reali che non sento l’esigenza di inventarmene di impossibili.

In quella storia ci infilai tutto quello che mi piaceva al tempo, dalla poesia inglese a Le città invisibili di Calvino, da Frank Miller a Chabrol (il titolo che avevo scelto per la storia era L’inferno, esattamente come un film del grande regista francese uscito poco tempo prima). Oltre naturalmente a Strindberg, apertamente citato nel finale. La storia restò parcheggiata nei cassetti della Bonelli sei anni, fino al 2000, quando uscì nel Maxi Dylan Dog di quell’anno.”

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La strada per Babenco

Dopo quella storia, mi capitarono un sacco di cose nella vita (tra cui la bocciatura di un numero non indifferente di nuovi soggetti) che provocarono uno dei miei vari allontanamenti da Dylan, che si sono susseguiti numerosi nel corso degli anni. Fino a quando non risentii Mauro Marcheselli (all’epoca curatore della collana), che me la buttò lì: “Perché non scrivi un’altra storia?”. Marcheselli è stato davvero il mio mentore: non so cosa gli sia saltato in testa di accettare (oltretutto eravamo ancora nei primi anni Novanta) le sceneggiature di un esordiente, senza esperienza e con uno stile di scrittura (come mi rinfaccia spesso) “molto poco dylaniano”. Per questo gli sono grato e gliene sarò sempre. In questi quasi vent’anni è diventato per me una specie di amico di famiglia, uno zio. Gli risposi di sì, che volentieri avrei scritto un nuovo soggetto.

Stavo partendo per Londra, era l’estate del 2002. Non avevo nessuna idea in testa, ma solo una gran voglia di tornare a scrivere. Tentai un esperimento mai provato prima: buttar giù una storia non partendo da un’ispirazione ma “a tavolino”. Presi un taccuinone e trascorsi le serate al pub Three Kings, zona Olympia, lo stesso in cui nell’albo Dylan e Bloch si trovano la sera a mangiare e a scambiarsi idee sulle indagini. Dopo essermi spaccato a lungo la testa, conclusi che gli spunti di partenza sarebbero stati: far ricorso a un genere teoricamente impossibile da usare in Dylan Dog (il western), scegliere un soggetto banale (killer in fuga) per poi giocarmi tutto sullo stile, dar vita a un cattivo inconsapevole che vivesse in un universo di fantasia diametralmente opposto alla realtà, e il solito mio Dylan sfigato, zimbellato, senza un ruolo attivo nella risoluzione del caso. Istintivamente, mi sorpresi a visualizzare le vignette con lo stile di disegno di Nicola Mari.

Nacque così la figura di un cowboy puro e romantico, alter ego mentale di un giovane omicida evaso dal manicomio di Harlech. Di nome faceva Reuben James, come il titolo di una bellissima canzone di Jerry Lee Lewis, e di cognome O’Fearna, come il più grande regista di western della storia del cinema, John Ford. Il soggetto mi convinceva e iniziai a buttare giù la sceneggiatura. Ci impiegai quattro mesi, ma alla fine era pronta. Mi incatenai alla scrivania di Marcheselli, volevo due disegnatori diversi nello stesso albo: uno con un tratto espressionista e nervoso (Mari) per le sequenze di realtà, un altro di scuola Tex per le sequenze oniriche. Mi rispose che la cosa era contrattualmente impossibile, per cui mi assegnò “solo” (si fa per dire) Mari. A Nicola chiesi allora di cambiare radicalmente tratto tra le sequenze della realtà e quelle dell’allucinazione western, e lui lo fece alla grande, da straordinario artista qual è.

La storia uscì tre anni dopo, nell’Almanacco della Paura, marzo 2005. Pensavo che le sarebbe toccato lo stesso destino di La vita rubata, e che come l’altra sarebbe scivolata via nell’indifferenza generale. Invece andò diversamente. Marcheselli mi informò che sul forum di Craven Road n. 7 c’era un plebiscito di utenti a favore della storia e poco tempo dopo mi consegnò un plico di lettere dei lettori ricevute in editrice, con commenti talmente positivi da risultare imbarazzanti. A Torino Comics diversi colleghi si congratularono e a un certo punto della fiera Marcheselli mi allungò un cellulare, dicendomi: “C’è Paola Barbato che ti vuole parlare”. Mi voleva fare i complimenti anche lei. Alla sua maniera. Mi disse testualmente, all’altro capo del telefono: “Volevo solo dirti che mi stai sul culo, perché io una storia così bella non la riuscirò mai a scrivere”. Era un’evidentissima, gentile bugia, perché di storie ben più belle di quella Paola ne ha scritte davvero tante. Ma di quella cortesia imprevista e inaspettata – tanto più rara proprio perché proveniente da una collega – conservo un ricordo speciale, che mi fa considerare Paola un’amica, anche se il nostro rapporto consiste tuttora in quella telefonata e in un pugno di mail. Non gliel’ho mai detto, ma un giorno mi piacerebbe sceneggiare una storia a quattro mani con lei, mi piacerebbe molto.

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Il futuro

Dopo La strada per Babenco – che mi aveva dato soddisfazioni inaspettate – mi gettai su nuovi soggetti, rigorosamente respinti uno dopo l’altro. Per uno però andò diversamente. Si intitolava Un certo Mr. Wilson. Era un trattamento di una decina di pagine che il cinico Marcheselli accolse con il seguente commento: “Purtroppo questo non posso proprio bocciartelo”. Partii con la sceneggiatura. La storia era borderline e narrativamente complicata da gestire: si snodava nell’arco di diversi mesi, lontano da Londra, al di fuori di qualsiasi contesto familiare a Dylan. Il quale, dal canto suo, non ne era il protagonista, comparendo in un numero di vignette esiguo, al di sotto del minimo sindacale consentito per un albo che porta il suo nome. Un’estremizzazione del mio Dylan “alla Ken Parker”, osservatore (più che protagonista) della vicenda raccontata.

Attaccai a scrivere nell’agosto del 2006, ma a ottobre ero già fermo: nel frattempo infatti mi ero trasferito a Roma ed ero diventato autore di programmi per Rai e La7. Ero pieno di lavoro fino al naso, ma dentro di me avevo quella storia che mi torturava, bloccata a un terzo della sua lunghezza, interrotta nel bel mezzo di una scena. Mi piaceva, mi piaceva un sacco. Se non l’avessi finita non me lo sarei mai perdonato. Riuscii a rimetterci le mani solo tre anni dopo, nel dicembre del 2009. Non ricordavo più nulla, nemmeno i personaggi. Mi ha salvato quel lungo trattamento, che riportava la trama per filo e per segno, svolta narrativa per svolta narrativa. Lo rilessi, ma faticai comunque a ritrovare l’empatia con il mio protagonista, il cattivissimo Henry Wilson. Alla fine ce la feci. Rileggendo la sceneggiatura oggi, mi fa sorridere pensare che tra le tavole 30 e 31 (una la naturale prosecuzione dell’altra) ci sia un’interruzione di tre anni. Dopo un altro stop in primavera-estate, ho terminato la storia e la sua riscrittura gli ultimi giorni di settembre del 2010. Ovvero un paio di mesi fa.

Ora Un certo Mr. Wilson è al vaglio degli inquirenti (cioè Giovanni Gualdoni, il nuovo curatore della collana). Come ogni padre che si rispetti, aspetto con ansia il responso sia su quella sceneggiatura, sia su un soggetto che mi è stato richiesto (e che ho consegnato) per il Dylan Dog Color Fest. Nell’attesa, sto scrivendo una storia chiesta da Mauro Marcheselli per un nuova serie bonelliana. Vorrei consegnargliela prima di tre anni, giusto perché – almeno per una volta – non pensi che sono sempre il solito e che su di me non si può mai fare affidamento.

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8 commenti

  1. Giorgik scrive:

    Uno dei più grandi talenti mai visti su Dylan dal dopo-Sclavi, anche se solo per due storie. Chi non se ne è accorto (mi spiace dirlo ma è così) non capisce molto di fumetti. Questa intervista in qualche modo lo conferma: grande lucidità di pensiero, versatilità e stile. Mannaggia, speriamo che Un certo mister Wilson veda la luce presto, sono sicuro che sarà un altro capolavoro.

  2. Carlo scrive:

    Io non me ne sono accorto, anzi, credo che la tanto osannata Strada per Babenco sia una storia insignificante. Ciò fa di me una persona che non ne capisce molto di fumetti, ma tant’è, a me i fumetti devono piacere, non devo studiarli.

  3. Maripel scrive:

    @ Carlo: la tua distinzione tra “studiosi” e “amanti” dei fumetti mi pare tirata per i capelli. Se La strada per Babenco è “tanto osannata” come dici tu, evidentemente non è perchè è piaciuta a uno stuolo di studiosi di fumetti (non credo nemmeno che ne esistano tanti in Italia) ma perchè è stata molto amata dai “semplici” lettori (basta leggere i forum). E sostenere che quella storia è insignificante è contro ogni evidenza. Ti può piacere tantissmo o non piacere per nulla, ma non la si può OGGETTIVAMENTE definire insignificante, perchè è completamente diversa da qualsiasi storia letta prima o dopo di quella.

  4. Marika scrive:

    Accattino è uno dei pochi Autori con la A maiuscola di DYD. Ha uno stile suo, una visione personale del mondo, la capacità insieme di avvincere e far commuovere. Le sue storie hanno un sacco di livelli di lettura, cosa che non capitava (almeno così) dai tempi di Sclavi. Se ha scritto poche storie per DYD non è demerito suo, ma di chi non è stato in grado di valorizzare il suo talento.

  5. annabis scrive:

    Chi di voi c’era a Milano al Dylan Dog Day? Avete sentito l’intervista a Paola Barbato? Le hanno chiesto quali sono secondo lei le tre storie più belle in 25 anni di Dylan Dog, quelle che ha amato di più. Lei ha risposto “Goblin” (la prima che ha letto), un’altra che non ricordo e… “La strada per Babenco”. Grande Paola! Una grande autrice non poteva che rendere tributo a una grande storia!

  6. Roddic scrive:

    Fabrizio è davvero un autore che mi è rimasto nel cuore. Invece di puntare su di lui puntano su quei caproni che attualmente scrivono Dylan Dog. Non ho capito quando uscira’ la sua prossima storia ma l’aspetto con ansia.

  7. Dragodylaniato scrive:

    Sul prossimo color fest..;)

  8. peppy99 scrive:

    Carlo, vorrei capire da dove nasce questa assurda severità di giudizio nei confronti di Babenco. Forse Dylan Dog sforna capolavori che a me (e credo alla quasi totalità degli altri lettori) sono sfuggiti? Se un gioiello come La strada per Babenco è insignificante, allora le nefandezze che quasi ogni mese ci vengono propalate sulla testata che cosa sono?

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